Come sarebbe stato se.

Mamma qualche giorno fa mi ha fatto trovare due scatoloni con degli oggetti per mio figlio.
Dopo averli caricati in macchina mi ha detto: “dentro ci trovi anche le foto della laurea”.
Non ho avuto il coraggio di guardare quelle foto fino a qualche giorno fa.
Sono foto di un giorno importante, in cui i miei sogni ed i miei piani per il futuro hanno iniziato a vacillare
Quel giorno sognavo un 110 che non è mai arrivato. E’ stata dura per me ricevere un 108.
Tutti mi dicevano “non c’è differenza Vero, sono solo due punti”. Per me la differenza la facevano proprio quei due punti. Ho vissuto quel 108 come se non fossi stata in grado di raggiungere una vetta.
Le foto che ho riguardato dopo sette anni ritraggono me nell’attesa della proclamazione con un volto trepidante, come se aspettassi quel risultato tanto ambito. In quelle dopo, invece ho la faccia di chi sta per andare ad un funerale. Si percepisce la delusione che ho nei miei confronti.
Per i giorni ed i mesi successivi ho vissuto con il pensiero che ci fosse in me qualcosa di sbagliato. Come se fossi da meno rispetto a chi a quel 110 c’era arrivato.Trovavo ingiusto che la fatica di aver studiato e lavorato insieme, per non gravare sulla mia famiglia, non fosse stata ricompensata nel modo che io ritenveo più giusto.

La vita con i suoi tempi e le esperienze che regala, mi ha permesso di capire che non sono un 110, nè tanto meno un 108, ma una persona non identificabile con voto: non sono quello che gli altri mi appiccicano addosso.
Questo l’ho capito dopo anni: ora che la vita ha demolito piani ed aspettative.
Non è facile da accettare che non siamo una valutazione.
C’è sempre un “se” malato che condiziona i nostri pensieri, le nostre riflessioni ed azioni.
Quando i miei piani, le prospettive future di studio e lavoro che tanto sognavo ed agognavo, sono state spazzate via da qualcosa di più grande che chiamiamo vita, ho iniziato a domandarmi “come sarebbe stata la mia vita se?”.
Che vi assicuro è molto peggio del crucciarsi per un 110.

Come sarebbe stata la mia vita se avessi studiato fuori?
Come sarebbe stata la mia vita se non avessi studiato e lavorato?
Come sarebbe stata la mia vita se a quel bambino avessi detto no? Li avrei mai fatti dei figli?
Come sarebbe stata la mia vita se avessi fatto la specialistica?
Come sarebbe stata la mia vita se avessi fatto esperienze all’estero?
Come sarebbe stata la mia vita se non mi fossi sposata? Se avessi continuato a convivere?
Questi e molti altri come e molti altri se hanno attanagliato il mio pensiero ed il mio modo di agire per anni.

Sono caduta in un loop in cui guardavo al mio passato con rimpianto, provando invidia per chi seguiva il percorso canonico della vita, mentre io a 25 anni mi ritrovano fra pannolini, lavori da cercare, casa da gestire, conti da fare e domande a cui rispondere.
Avere dei figli da giovani è bellissimo, perché hai energie, risorse, forze e volontà che solo i 25 anni possono darti. Diffidate però da chi ve lo spiattella come una passeggiata. Già la maternità non lo è di per sè. In più quando devii da un percorso che la società condivide sperimenti la fatica, il dolore e l’amaro dell’andare controcorrente, perché tutti vanno in una direzione e tu ti senti il salmone che risale il fiume dal verso opposto. Il confronto con gli “altri pesci” è atroce, ti senti inadeguata, perché la gente il primo figlio lo fa a 30/35 anni, non sai con chi parlare, perché i tuoi coetanei nel frattempo sbinbocciano in discoteca e sulla tua vita da madre e moglie poco hanno da dirti o consigliarti.
Ci vuole coraggio a far figli presto in questo mondo in cui tutto è dilatato e anche una buona dose di consapevolezza per accettare la solitudine che può derivarne.

Oggi dopo sette anni, guardandomi indietro sceglierei ancora di essere salmone per raggiungere la foce del fiume, per immettermi nelle sue acque, risalirle con fatica nuotando controcorrente provando a giungere alla meta.
Mi guardo indietro a ripercorro questi sette anni sentendomi un’ingrata ad aver pensato che i miei figli potessero essere da ostacolo al mio futuro, che mi avrebbero limitata invece che arricchita e rinnovata. Mi sento superficiale.

Se non avessi loro non avrei mai conosciuto l’amore, la paura, l’angoscia, il sapore delle lacrime salate, il gusto amaro del sentirsi non pronta al ruolo di madre.
Se non avessi loro non saprei cosa si prova ad uscire dall’ufficio ed avere la voglia di correre con la macchina per andare a riprenderli.
Se non avessi loro non saprei cosa si prova a trasmettergli una passione, a farli innamorare delle cose semplici e belle.
Se non avessi loro non avrei sperimentato il senso del limite e quello dell’infinito, la sensazione di vuoto e quella della pienezza del cuore.
Se non avessi loro non mi sarei mai riavvicinata con i miei genitori.
Se non avessi loro farei le cose senza prospettiva, senza pensare al futuro, senza interrogativi.
Se non avessi loro non saprei abbracciare, non saprei baciare.
Se non avessi loro non saprei quando una persona è indispensabile e quando no.
Se non avessi loro non saprei pensare per 4, ma solo per me.

Mi guardo indietro e penso che è solo merito loro se oggi posso viaggiare da sola, lavorare, scrivere, dedicarmi al blog e a anche riprendere a studiare.
So lasciarli, vivere il senso del distacco e la gioia del ritorno.
Sono la mia cartina torna sole per tutti gli aspetti della vita e so che è grazie a loro che ho scoperto che non sono il 108 della mia laurea.
Grazie a loro ho capito che nella vita le domande “Come sarebbe se..” non hanno concretezza, fondamento, che la vita non è dietro le spalle ma oltre il mio sguardo.

Grazie Alessandro e Margherita.

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