Genitori separati e relazioni singolari

Se penso alla mia infanzia e a quella di molte donne fra i trenta ed i quaranta anni vedo madri super presenti e padri di cui ci si innamorava, che riuscivamo a vedere però giusto quando facevano ritorno dal lavoro o nel week end.


I padri di cui parleremo oggi invece sono quelli separati, di cui ci innamoriamo abbracciando le loro cause di uomini messi in ginocchio l’80% delle volte dalle ex compagne (ed io in questo caso sono un’eccezione e ne sono felice, perché penso che il padre dei miei figli abbia diritto ad una vita dignitosa con loro e quindi posso fare a meno del super assegno e la casa bella dove abitavo prima che gli ho prontamente lasciato), che faticano ad arrivare alla fine del mese, affettuosi compagni di gioco molto presenti rispetto ai padri della mia generazione, soprattutto perché oggi le donne lavorano quanto e più degli uomini e quindi sono chiamati ad una partecipazione della gestione dei figli molto più proattiva. Papà insomma da quali ci si può prendere il meglio.

Avere una relazione oggi con un uomo separato non è soltanto complicato per via di una ex che 8 volte su 10 pensa tu sia la causa della rovina della sua intera esistenza, anche quando arrivi molto dopo la loro separazione, ma anche perché molte delle volte ci sono dei bambini che vanno tutelati.


In questo tipo di relazioni la decisione di coinvolgere i figli va ponderata bene, soprattutto se sono ancora piccoli. Tuttavia ci sono delle indicazioni, dei segnali che permettono di capire se è il tempo ottimale per coinvolgerli, sempre che si senta il proprio compagno come partner “giusto” e che i figli non possano che beneficiare di ciò che è chiaro, trasparente, alla luce del sole (perché praticamente sono rimasti solo loro e la madre a non saperlo), seppure difficile da dire e da affrontare.

L’assunzione di responsabilità è l’antidoto più sano al senso di colpa, il quale in genere non fa del bene ai figli. Inoltre proseguire nella menzogna, non può che generare malessere perché alimenta l’idea che quando c’è qualcosa che non va o che non torna, è meglio non parlarne.

La domanda dunque ora è: perché se uno ha una relazione stabile e a parole la dichiara reciprocamente importante, non supera l’empasse che impedisce di andare al “vedo di questa storia”, preferendo aspettare?


Capisco naturalmente il tema della paura, ma spesso non si tratta solo della paura dei compagni per la sofferenza dei figli, ma anche della nostra di scoprire qualcosa che non va, che non funziona e siamo oneste con noi stesse: non sempre siamo disposte ad affrontare tutto ciò che ne potrebbe derivare.


Il problema non sono i compagni, no. Né la ex, né il figlio/a. Non c’entrano le sofferenze dei figli che sono un pretesto per un altro. Il problema è capire se c’è un indicatore di blocco ad investire nel futuro insieme, più in generale, a ricostruire una famiglia sotto un’altra forma.

Questo è il vero problema. Quello secondario poi è avere una relazione con un uomo pieno di sensi di colpa nei confronti del cosmo, della separazione e che per questo imposta una strana gestione dello spazio/territorio fisico ed emotivo che diventa off-limits quando ci sono i figli, indicando a tutti gli effetti che non ti ha inclusa pienamente nella sua vita, come se nutrisse dei dubbi importanti e che noi prese dalla sindrome delle crocerossine attribuiamo ad una sana preoccupazione da genitore affettuoso.


Di conseguenza, soffriremo da sole ed insieme a lui.
Non è forse questo l’amore?
Aiuto.

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