Prima la donna che sono, poi il genitore che voglio essere

Succede che a volte le cose non vanno secondo i nostri piani.

Mi ero appena laureata, volevo iscrivermi alla specialistica e fare il master, viaggiare, trasferirmi in un’altra città e invece un mese dopo il mio 108/110, scoprii di essere incinta.

253 giorni di lotta con me stessa fra la convinzione che non sarei mai stata una madre minimamente decente, lo sconforto per i progetti che credevo sfumati, la paura dell’arrivo di una vita a cui pensavo di iniziare a metterci la testa almeno dieci anni dopo e la vergogna del grido che, ogni tanto, dentro di me saliva uralndo che avevo sbagliato a scegliere di tenere il bambino, che mi avrebbe rovinato la vita.

253 giorni in cui cercavo ovunque la conferma che sarebbe andato tutto bene, in cui combattevo fra la certezza che in qualche modo me la sarei cavata e la consapevolezza che non sapevo cosa significasse essere un genitore.

Dove stava il libretto di istruzioni? Nessuno aveva inventato “Elementi di genitorialità: manuale per principianti”?!

A quanto pare no e non c’era neanche nessuna cassetta degli attrezzi a cui attingere. Solo una serie di  grandi punti interrogativi.

Poi il duecentocinquantaquattresimo giorno ho conosciuto il mio bambino. Ci siamo incontrati, ci siamo osservati ed odorati. Più lo tenevo vicino a me, più mi sentivo in colpa per aver pensato di non tenerlo.

Quando l’ho visto la prima volta, quando il pensiero immaginato di lui ha presto forma, ho scelto di essere la sua mamma, di volerlo davvero. Una promessa segreta siglata dall’incrocio dei nostri sguardi.

Con quella promessa volevo assolvermi dai sensi di colpa e cucirmi addosso il vestito della brava madre. Volevo dimostrare a me e al resto del mondo che potevo farcela, ma il modello di riferimento a cui mi appigliavo era sbagliato.

Infatti, non è passato troppo tempo che sogni, angosce, desideri e paure sono tornati a bussare alla porta del mio cuore. Più non gli prestavo attenzione e più loro facevano rumore, incessantemente.

Alla fine, sfinita ho aperto la porta, ho calato la maschera e ho smesso di mentirmi: non potevo più vivere nella mia sola genitorialità, non potevo più  annullare Veronica. Quel vestito che mi ero appiccicata addosso mi stava stretto. Cosa stavo dando al mio bambino? Solo e soltanto una madre incastrata in un ruolo stereotipato. Pensavo fosse  giusto così, mi preoccupavo principalmente di non deludere il resto del mondo che si aspettava una madre tutta casa&famiglia.

Stavo perdendo me stessa: non ero una madre, né un genitore e nemmeno Veronica. Ho pianto per tanto tempo, finché  ho capito che non potevo essere una mamma se prima non fossi stata una donna. Non sarei stata mai un genitore “pieno” se prima non avessi ripreso in mano i miei sogni, un lavoro, coltivato desideri, fatto progetti e vissuto oltre mio figlio.

Ingenuamente, mi aspettavo che il solo fatto di avere un bimbo potesse rendermi felice, senza considerare invece che la felicità parte da dentro e non ce la danno gli altri per osmosi. Non ha proprio senso andare nella direzione opposta alla propria essenza: è necessario ascoltarsi , vivere la donna che si è. Solo così si può intraprendere il cammino per diventare il genitore che si vuole essere.

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