Lettera a F.

Carissima F.,
sabato ho ricevuto un tuo messaggio privato in risposta ad uno dei miei ultimi post che mi ha colpito, in particolar modo per come ti sei raccontata ad una sconosciuta. Per questo già ti dico grazie: per avermi aperto il tuo cuore e per esserti fidata di me.


Ho deciso di non riportare il corpo del messaggio che mi hai inviato, per rispetto della tua privacy e della tua storia, perché ovviamente non lasciando un commento pubblico intuisco che non volevi mettere alla mercede di tutti il tuo percorso. Giustamente dico, ci sono parti di noi che vanno tutelate e tenute al sicuro. Io però ho deciso di risponderti pubblicamente proprio perché, come dici tu, la tua “storia è simile a quella di tante altre” trovo urgente e necessario condividere e parlarne, per evitare ciò che succede a molte donne separate ovvero quello di ritrovarsi in un baratro di solitudine, problemi e carichi emotivi dai quali non se ne riesce ad uscire.

Io credo che la rete, il web ed i social network siano utili per questo: se usati correttamente, sono un’infrastruttura che non porta alla perdita di umanità, ma anzi crea ulteriori ponti fra uomo e uomo. La rete riesce a creare legami fra persone distanti km, è in grado di creare reti di solidarietà la dove ahimè le reti sociali fatte da persone fisiche non riescono più ad arrivare. Per questo scrivo e condivido parti di me e della mia vita, mettendomi a nudo: se una mia riflessione o la condivisione della mia storia è utile anche ad una sola persona, per me è già un bel traguardo raggiunto.

Al contempo, non do solo, ma ricevo moltissimo da chi mi segue: ho trovato più solidarietà e supporto in questi ambienti che nella vita reale. L’esempio lampante è stata la mia malattia: quando mi sono ammalata di cancro, persone che credevo vicine se ne sono andate, dimenticandosi di me, altre sono rimaste e tante sono arrivate dalla rete ad accompagnarmi in questa avventura. Ho messaggi d’amore meravigliosi ricevuti da sconosciuti. Aver speso un minuto del proprio tempo per mandarmi anche un semplicissimo cuore che pulsa, è stato uno dei più bei regali che abbia ricevuto nella mia vita.


Capirai pertanto, che non sono la classica blogger che è anche marketer (senza voler giudicare chi pratica questa strada): in questo spazio in cui insieme a voi sono protagonista non riesco a scrivere di brand, ma solo di vita vera, che è quella che permea il nostro essere di passaggio in questo mondo.
In questo modo ho già risposto ad una delle tue prime domande “Posso dirti che ti seguo da un po’? Ma che non sono così ben informata su chi sei e cosa fai? Posso dirti che spesso mi colpiscono le tue foto?


Mi chiamo Veronica, ho 32 anni e due figli, lavoro nel mondo della formazione, scrivo progetti a valere su finanziamenti pubblici, mi trovo spesso a far docenze su tematiche legate allo storytelling che è una delle mie materie e su altri argomenti (elementi di base di social media marketing e smartphone photography, contrasto odio online..). Insegno ad adolescenti e adulti, mettendo a disposizione quel che so. Le mie più grandi passioni: sono la scrittura e la fotografia. Scrittura che ritrovi nei social e nel blog, foto in Instagram. Comune denominatore: condividere e raccontare pezzi di vita vera, quella dei comuni mortali fatta di alti e bassi, gioie e dolori, perché di vite patinate ci hanno riempito il cervello e credimi, anche i patinati sperimentano tutte le condizioni dell’essere umano, non ne sono esenti.
Sogno di scrivere, in particolare un libro e vorrei che questo diventasse il mio lavoro.


Mi scrivi: “Io , la separazione non l’avrei mai immaginata in casa mia, noi, la famiglia perfetta , lui un noto professionista , io che ho messo avanti la sua carriera e la famiglia, (tre figli in 4 anni e 8 mesi) , con amore e dedizione” . Cara F, io sono rimasta incinta dopo 4 mesi di fidanzamento, a Gennaio 2011 è nato Alessandro a Settembre dello stesso anno ci siamo sposati, a Dicembre 2012 è nata la mia seconda figlia.


Ad un certo punto però le cose sono iniziate a precipitare senza che ce ne rendessimo conto: una serie di eventi e scelte che ci hanno portato a camminare su due binari distinti, pur rimanendo sempre sotto lo stesso tetto.


Credo fermamente che se una storia finisce è a causa della compartecipazione delle parti, nonostante certe azioni eclatanti, che possono essere rappresentate dai tradimenti, ad esempio. Io mi sono ritrovata nella tua stessa situazione: per molto tempo tutto è girato intorno alla routine del padre dei miei figli, chiedevo addirittura il permesso per uscire e fare le cose. Il suo percorso di crescita professionale per me ha comportato palate di solitudine. Il tutto mischiato agli eventi della vita: la morte straziante della madre di lui, una figlia inserita in un percorso di riabilitazione all’interno di neuropsichiatria, un trasloco improvviso da fare senza avere possibilità di accedere ad un mutuo, ritrovandosi così nella casa dove abita il padre di lui.


Quando sei dentro la centrifuga vai, poi però arriva un giorno in cui ti viene a bussare il folletto delle cose che desideri che ti domanda: “Dove sei tu?”


Ed io mi sono sentita i panni stretti addosso, la vita che mi soffocava, una storia che non mi apparteneva più.

Che fare?


Ho evaso. Per anni ho vissuto di continue evasioni: tutto quello che non mi faceva stare dentro casa andava bene. Anche andare a fare 30 minuti la spesa mi bastava per poter tornare ad avere ossigeno sufficiente da utilizzare al rientro nelle quattro mura che vivevo come una prigione.


Come te ero molto attiva all’interno della Chiesa, sono stata scout per 20 anni, catechista dei 10 comandamenti, ritrovandomi ad un certo punto a vivere al contrario di quello “che ho predicato”, ascoltato e in cui credevo fermamente. La Chiesa ti chiama ad essere testimone. Ci abbiamo riprovato, ma come dici tu “per ricostruire, a volerlo e tanto, bisogna per forza essere in 2” ed io avevo abbandonato la barca da quel di. Lui lo sapeva e se ne rendeva conto, ma ammettere che le cose sono finite richiede una buona dose di coraggio ed in quel momento non ne avevamo nessuno dei due.


Io il coraggio l’ho trovato quando ho scoperto di avere un cancro. Lì mi è cambiata la prospettiva, capendo che di vita ne avevo una sola e che non potevo continuare ad accontentarmi per mantenere la facciata, perché il matrimonio per la Chiesa è un sacramento o per i figli. Escludendo le convezioni sociali e i vincoli della Chiesa, ho compreso che dovevo porre fine a questo matrimonio: lo dovevo in primis a me stessa “e in secundis ai miei figli, perché voglio che imparino che l’amore a volte può finire e che bisogna prenderne atto. Che essere ipocriti di fronte a questa consapevolezza, continuando a mandar avanti un rapporto per paura sotto ogni sua forma (dal giudizio degli altri a quella di non farcela da soli) o comodo, é indignitoso, irrispettoso, doloroso, alienante e non edificante per noi e per chi ci circonda” – come ho scritto nel post.


Ci è voluto un cancro per svegliarmi e farmi comprendere che perpetuare quel rapporto non era salutare per nessuno dei quattro, che vivere sotto uno stesso tetto con continui litigi e bambini che piangono appena si alza la voce, che si chiudono in una stanza perché si urla, non è AMORE.

Io lo ringrazio questo cancro che mi ha ammalato e salvato allo stesso tempo.

Non dimenticherò mai le parole del padre dei miei figli sull’uscio della porta di casa mentre me ne stavo andando: “io so che devo lasciarti andare, questa è la mia più grande forma di amore”.
Io gli ho risposto: “non devi accontentarti di una persona che ti vuole bene, meriti una persona che ti ami, con la A maiuscola”.
Sono convinta che questo sia uno dei più grandi insegnamenti di Gesù Cristo: siate autentici, non ipocriti. Non essere ipocriti passa anche nel saper strappare con le relazioni che di amore non hanno nulla, per testimoniare a chi ci sta intorno che siamo in cammino per raggiungere l’Amore.


La Chiesa e le sue convinzioni ora come ora sono l’ultimo dei mie problemi, nonostante senta moltissimo la mancanza del contatto quotidiano con la Parola di Dio.


Le famiglie separate in Italia sono 1 su 3, questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che la famiglia tradizionale sta entrando in crisi per una serie di fattori che non starò qui ad elencare e che non c’è un tipo di famiglia che è più valido di un altro. L’unica cosa che funziona è LA FAMIGLIA FELICE, indipendentemente da come essa sia composta.

Si può essere famiglia in mille modi diversi anche con genitori che abitano in due case distinte, che vivono singolarmente il tempo dei figli, consapevoli che l’amore verso di loro è incondizionato.


Come hai scritto tu “abbiamo imparato a fare squadra” e per me i principi su cui si basa questo team sono quattro:

  1. non parlare male dell’altro genitore, perché i figli hanno il diritto ad avere un immagine pulita delle figure genitoriali (a prescindere dal male fatto e ricevuto);
  2. non chiedere ai figli di prendere posizioni a favore dell’uno o dell’altro genitore;
  3. non strumentalizzarli per ottenere qualcosa a scapito dell’altro genitore;
  4. comunicare sempre su tutto ciò che riguarda i figli.

Due anni fa ho compreso che non riuscivo più a toccare il padre dei miei figli, lo vedevo ma avevo un vetro in mezzo che non mi permetteva di arrivare a lui. Con onestà abbiamo intrapreso questo percorso di separazione, doloroso ma necessario e stimolante perché come ho scritto “ricominciare è una grande possibilità”.
Spero, come te, che da questa esperienza i miei figli imparino che il rispetto, la verità e la lealtà vengono prima di tutto e che l’amore fra adulti si sceglie e come tale può finire. E’ il rovescio della medaglia, un rischio che si corre.


Sono felice di aver “centrato in pieno un bersaglio , quello del tuo cuore , con il post che ho scritto”, come ti dicevo nello scambio di messaggi privati: spero di essere un altoparlante per dar voce a ciò che tante donne non riescono ad esprimere, di riuscire a creare ponti di condivisione fra esseri umani che hanno voglia di mettersi in rete per ascoltarsi e condividere le proprie storie di vita.


Un caro abbraccio

Veronica

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2 Commenti

  1. Credo che non ci siano parole da aggiungere….. Ti seguo da sempre, forse uno dei primi blog seguiti e ricordo che mi ha colpito la tua autenticità ….
    In questo tuo raccontarti attraverso questa lettera ho letto una Veronica in metamorfosi che ricerca la felicità consapevole di quello che è stato senza rinnegare niente. Rino….nel male ha fatto da apripista al tuo cuore….ed hai il diritto di essere felice. Ti voglio bene vero

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