Lettera a genitori stanchi, come me

Cari genitori,
sono una mamma di due bambini di 9 e 7 anni, che frequentano la primaria. In questi giorni io mi sento molto sovraccarica, spenta, stanca di una stanchezza che non ha nessun colore, nessun odore, nessun sapore, ma che fa un gran rumore.
Così ho pensato di scrivere una lettera a quelli come me che lavorano da casa o che vanno in ufficio, a quelli che i il lavoro lo hanno perso, a noi che siamo chiamati a gestire contemporaneamente i propri bambini, le relative attività scolastiche a distanza, le loro emozioni e anche le nostre, la casa, le difficoltà economiche, lo stress che tutta questa situazione ci genera insieme a una serie infinita di carichi emotivi ed economici.


Cari genitori, come state? State come me? Spero che alcuni di voi vertano in situazioni migliori, ma ne dubito fortemente. Ci dimentichiamo di chiedercelo, di interessarci a noi, di sapere cosa proviamo, cosa facciamo, se resistiamo o soccombiamo, perché sembra che per lo Stato esista solo una categoria: il cittadino lavoratore, scordandosi che non siamo esistenze singole, ma che siamo portatori di tutto un sistema complesso di relazioni.


La mia testa gira, tutto è tanto troppo lontano, mi chiedo quando potrò riabbracciare i miei affetti, poi penso che sono ancora viva, che ho i miei figli, che siamo sani, mi sento fortunata, ma basta una sovrapposizione impegni di lavoro e didattica a distanza, per ripiombare nello sconforto più totale.

Siamo chiamati ad accompagnare quasi come dei docenti i nostri figli e garantire, in collaborazione con gli insegnanti, la migliore scuola possibile. E non so voi, ma io non sono pronta, nonostante abbia una laurea in scienze dell’educazione ed insegni ad adolescenti e adulti in percorsi di formazione continua e permanente. La mia cassetta possiede tutti gli attrezzi del caso, ma purtroppo io non posso e non voglio sostituirmi alla scuola. La scuola è apprendimento e relazioni significative,didattica e relazione educativa. Questo per me il senso profondo della scuola e onestamente io non posso garantire né l’uno né l’altro. Posso farlo in parte e zoppicando pure.


Ci viene chiesto di tenere alta la motivazione dei nostri figli, quando la nostra è sotto zero, di incoraggiarli quando siamo totalmente sconfortati da un futuro che non ha nulla di certo, di accompagnarli in processi di apprendimento a noi sconosciuti. Eppure stringiamo i denti, ma a quale prezzo? Chi pensa ad arginare il nostro smarrimento, le nostre sofferenze?


Non voglio neanche pensare al periodo della ripartenza, quando saremo richiamati a tornare al lavoro e non sapremo dove lasciare i figli, perché anche la nostra ultima risorsa di Welfare Casalingo, ovvero i nonni, non potranno aiutarci, in quanto saranno murati vivi in casa. A chi potremo rivolgerci noi che non abbiamo figli maggiori a cui lasciare i piccoli? Quelli come me che sono in CIG e non sanno se potranno fare la spesa, figuriamoci permettersi una babysitter.


Fin qui ho affrontato il disagio degli adulti, ma non ho dimenticato quello dei nostri figli: vederli smarriti di fronte ad uno schermo perché si aspettano di trovare una lavagna, vedere che cercano il proprio vicino di banco fra le tante finestrelle di un meeting virtuale, osservarli alzare la mano ma soli in una stanza di una casa, sentirgli dire che gli manca la scuola, leggere la malinconia nei loro occhi mi fa capire che sono privati della possibilità di condividere con insegnanti e compagni uno dei periodi più memorabili della loro vita.


Questo però è un altro capitolo che apriremo più avanti.
Intanto vi abbraccio.

V.

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