#seamilitaliaarrangiati

Ieri sera un’altra cena a quattro: io, i miei figli e lui, Giuseppe Conte, il Presidente del Consiglio che ha dato vita all’ennesima puntata della Saga “Il Decreto”.


Non che mi aspettassi una sceneggiatura alla Sorrentino, ma nemmeno un progetto – il nuovo decreto appunto – pensato, scritto e raccontato senza un minimo di empatia verso la malcapitata comparsa ovvero la famiglia, che dovrebbe essere protagonista, ma che è stata surclassata dal Brad Pitt di turno, che prende il nome di sistema economico.


Potrebbe essere il canovaccio di una storia distopica invece è pura realtà ed è la nostra.

Soltanto in un Paese come l’Italia si poteva pensare di far ripartire il sistema economico, riaprire i luoghi di lavoro senza pensare a percorsi e strumenti che accompagnino le famiglie in questo processo.


Nell’ultima puntata de “Il Decreto”, non viene menzionata la parola famiglia ne tanto meno quella di scuola, se non quando una giornalista donna (il che ce la dice molto lunga) promuove un colpo di scena chiedendo chiarimenti sulla questione rientro al lavoro e conciliazione tempi lavoro-famiglia, domanda che dal nostro storyteller Giuseppe Conte, viene abilmente elusa parlando dell’assunzione di 24.000 mila precari.


Caro Giuseppe, scusi se mi permetto però un Presidente del Consiglio, che secondo l’articolo 95 della Costituzione Italiana è chiamato a “dirigere la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantenendo l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri“, non può tacere sulla famiglia per un semplice motivo: perché proprio il Sistema economico italiano, si è sempre basato su di lei. E’ il suo pilastro.

La pandemia ci ha messo brutalmente di fronte ad un dato di fatto: il nostro modello di Welfare familistico, che vige dagli anni Cinquanta, non aiuta le famiglie, ma anzi scarica su di esse tutti i compiti di cura e accudimento che lo Stato non riesce a svolgere, dando per scontato che qualcuno si occupi dei nostri bambini. Nonni, madri, zii, prozii, parenti ripescati dal capello del mago e chi più ne ha più ne metta hanno svolto il ruolo del Welfare. Ora che molti di loro sono fuori uso, alcuni purtroppo per sempre, non è pensabile chiedere alle famiglie di arrangiarsi ancora una volta da sole.


Servono percorsi, procedure chiare, che andavano pensate insieme al piano di ripresa economica, perché le famiglie hanno diritto di essere sostenute e di poter organizzarsi nella maniera più adeguata, garantendogli la conciliazione famiglia-lavoro sempre, non a casaccio.
Servono strumenti che tutelino le famiglie: bonus babysitter sì, ma con quali garanzie per il lavoratore e le famiglie? Il congedo parentale al 50% poi (che con il mio stipendio, mi dica lei Giuseppe che ci faccio con 600 euro se 450 se ne vanno per l’affitto) non è l’unica e possibile risposta alla conciliazione lavoro-famiglia, perché la ripresa economica non può avvenire se le saracinesche delle scuole e delle attività educative sono abbassate.


E non perché abbiamo bisogno di parcheggi. Mi svilisce anche scriverlo, ma credo sia necessario ribadirlo e sa perché? Perché nell’aria aleggia ancora il mito del modello patriarcale: l’uomo lavora e la donna sta a casa a prendersi cura dei figli. Ma c’è una novità, se non se ne fosse accorto: le famiglie sono cambiate (ci sono diversi tipi di modelli familiari, ad esempio) e le donne lavorano, anche se il picco massimo della modernità che abbiamo sfiorato è quello del lavoro part-time, flessibile, ma soprattutto precario.


Mi spiace constatare che in questa triste fiction, il Ministero dell’Istruzione, che fa parte integrale di questa storia, ha fatto la sua scelta: per coprire la mancanza di programmazione educativa, di sinergie sistema scolastico ed agenzie educative, la mancanza di servizi di cura ed educativi, ha preferito sopperire con chiusura e silenzio, lasciando alle famiglie la “patata bollente”.


Mi vien da dire che lei e la sua task force di esperti avete sbagliato anche lo slogan di questa fase 2. Probabilmente era più veritiero dire #seamilitaliaarrangiati piuttosto che #seamilitaliamantieniledistanze, ma sui modelli e piani comunicativi aprirò un capitolo la prossima volta.

Per ora mi limito a porre alla vostra attenzione elementi migliorativi per la prossima puntata de “Il Decreto”.

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