Una ragazza fastidiosa

Con il tempo ho maturato una certa repulsione per le “avversative”, per il semplice fatto che la gente ne abusa sottolineando in maniera spropositata situazioni in contrasto con quanto affermano nella frase precedente o con quanto ci si aspetterebbe in base ai comportamenti comuni. Provo fastidio sopratutto per le “coordinate avversative”, quelle introdotte dai “ma” e dai “però”.

Questo fastidio nasce nel giorno in cui mia mamma tornó dal primo colloquio con le mastre a scuola.
Ancora me lo ricordo, mi aveva lasciata a casa con mio fratello e mia zia. Io non vedevo l’ora che tornasse perché volevo sapere se la mia diligenza nello studio fosse degna di essere lodata.
“Allora mamma che hanno detto le maestre?” – chiedo in un inverno del ’93.
“Dicono che sei brava, ma che piangi troppo.Sei un po’ piagnona vero'”.
Lo disse ridendo mia mamma. Dentro di me saliva una voglia di urlare che io piangevo perché non riuscivo in alcune cose, che era frustrante avere un nome e cognome lungo e che volendolo scrivere bene, preciso e perfetto, ci mettevo tanto tempo, mentre gli altri erano rapidi rispetto a me.
I colloqui con i miei insegnanti sono stati un fiume di avversative: “la ragazza è brava, ottimi risultati, ma…”.
Ci dovevano mettere sempre qualcosa del mio carattere: è permalosa, si offende, piange se prende 5.
Ditemi voi poi, cosa c’entra infilare una cosa relativa alla sfera personale se stiamo parlando di rendimento.
“É brava, va bene a scuola”. Punto.  Bastava finire la frase così, per poi iniziare un altro discorso. Come se l’esser brava a livello scolastico dovesse andar di pari passo con un carattere o un modus operandi diligente.
I colloqui alle superiori li faceva sempre mio papà. Un modo per essere presente nella mia vita, dopo 15 anni di assenza per motivi di lavoro.
Un’insegante gli disse: “su Veronica niente da dire, guardi il registro, ma ha un carattere!”
Eh già il carattere é direttamente proporzionale all’andamento: bravo a scuola=ragazzo perfetto. Inoltre, anche su questo termine “bravo” vorrei farci una riflessione prima o poi. Qui lo useremo   in maniera impropria (cosa significa essere bravo veramente?).
Quando papà é tornato da quel colloquio mi ha fatto sedere in cucina, mentre la mamma stava preparando la cena e disse:
“senti Vero’, mo fai 18 anni, non ci siamo riusciti fino ad ora a contenere alcuni lati del tuo carattere, non credo ci riusciremo più. Per cui ti dico, ricorda sempre che ci vuole: educazione, rispetto e diritti. Scegli tu in che ordine metterli”.
Questo ricordo é tutt’oggi accompagnato dal profumo di frittata che mamma fece quella sera.
Mio padre in quasi 30 anni di vita non ha mai pronunciato la parola “brava” in mia presenza, ma mi ha donato qualcosa che vale molto di più: la chiave per indirizzare alcuni aspetti del mio carattere. Il segreto regalatomi è riassumibile in “combatti per il rispetto dei tuoi diritti con educazione”.
Ancora oggi, mi sento dire “sei brava,ma” e dentro di me rido perché so di essere  brava, ma fastidiosa. Do fastidio perché non mi piego e perché parlo chiaro. Hanno provato in molti a farmi smettere di essere fastidiosa, ma neanche i miei sono riusciti in questa impresa. Sappiate quindi che continuerò a darvi fastidio.

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